Riflessione a Cura di Mons. Erminio Villa

1 novembre 2026

VANGELO Mt 13, 47-52
Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

II DOPO LA DEDICAZIONE DEL DUOMO (A)

Matteo 13,47-52

  1. Il “discorso in parabole”

Oggi ci soffermiamo sul Vangelo (Matteo 13, 47-52). Come ci è noto lo scritto di Matteo e della sua comunità si raccoglie attorno a 5 grandi discorsi di Gesù. Matteo era ebreo e scriveva anzitutto per i cristiani di origine ebraica.

Il numero 5 ricordava al suo popolo il Pentateuco (Genesi-Esodo-Levitico-Numeri-Deuteronomio): la Legge (Torà), ma anche i cinque rotoli (Megillot): Cantico dei Cantici, Libro di Ruth, Libro delle Lamentazioni, Libro del Qohelet, Libro di Ester.

Detti rotoli, originariamente editi su pergamena arrotolata, venivano e vengono letti nelle grandi Feste di Israele.

Questo artificio letterario, messo in atto da Matteo, serviva da ponte per familiarizzare con il lettore di radici giudaiche.

Il capitolo 13 del Vangelo secondo Matteo presenta il così detto “discorso in parabole” di Gesù.

La domanda sorge legittima: che cos’è una parabola? E perché Gesù non si esprimeva chiaramente, ma usava questo genere espressivo?

Parabola è parola che deriva dal greco ‘confrontare’, ‘mettere accanto’, ‘accostare’.

Gesù doveva annunciare il mistero di Dio, la sua misericordia, la sua giustizia, la sua vicinanza, la preziosità di incontrarlo per la vita dell’uomo, e lo faceva attraverso esempi della vita quotidiana (il seminatore, il grano e la zizzania, il tesoro nel campo, la gioia per la moneta perduta e ritrovata…). Le parabole di Matteo riguardano tutte il mistero del Regno di Dio che in Gesù si è fatto presente tra noi, anzi che è Gesù stesso.

  1. La “rete da pesca”

Il Regno di Dio non è un ‘luogo’ ma un incontro, una relazione che dà senso alla vita. Essendo realtà ‘misteriosa’, di cui non si può pienamente dire, il Vangelo dice che ‘è simile a’. Nel nostro caso la similitudine riguarda una ‘rete da pesca’.

Si tratta della ‘sagena’, rete a strascico gettata e poi trainata, generalmente da due barche.

Ebbene, questa rete è piena di pesci, ma non tutti sono buoni; alcuni sono cattivi o ‘selvatici’.

Per gli ebrei i pesci buoni sono quelli commestibili, quelli cattivi invece non sono puri, dunque commestibili, perché non hanno né pinne, né squame. Qui l’intento di Gesù è quello di metterci in guardia sul nostro stile di vita, quello di invitarci ad un serio discernimento in vista del giudizio finale, quando buoni e malvagi saranno separati.

In particolare due sono le attenzioni da avere, così come ce le suggerisce la prima lettura (Isaia 45, 20-23): stare attenti a non cadere nell’idolatria, che per noi significa mettere al centro sempre e comunque il nostro io, a discapito di ogni forma di solidarietà e praticare la giustizia, senza la quale non c’è pace possibilein tutti gli ambiti della nostra vita, sino allo scacchiere internazionale.

  1. Il giudizio di Dio, giusto e misericordioso

Il brano evangelico si conclude con quello che sembra essere un autoritratto di Matteo stesso.

Egli infatti è uno scriba, scrive il Vangelo. E’ un ebreo, dunque conosce il Primo Testamento.

Facendosi discepolo di Gesù ha tra le mani un tesoro scritturistico, che interpreta, alla luce del Nuovo, ciò che è Antico.

Anche la Chiesa è chiamata a rileggere la tradizione bimillenaria che la precede non nella forma Del rimpianto, ma nell’intreccio tra Parola di Dio e ciò che l’uomo contemporaneo vive.

Nessuna fuga in avanti, nessun arroccamento nel passato, ma ancoraggio nel presente, alla luce di ciò che ci attende: un giudizio equo e misericordioso, un’abitazione non fatta da mani d’uomo, un incontro risolutivo per la nostra vita.

Questo ci preserva dallo scoraggiamento e dal cinismo.

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don Erminio